Riceviamo un esame del sangue, leggiamo “SGPT” su una riga e “ALAT” su un’altra, e ci chiediamo se il laboratorio abbia dosato due cose diverse. In pratica, SGPT e ALAT designano esattamente la stessa enzima, l’alanina aminotransferasi. La confusione deriva da un cambiamento di nomenclatura che tutti i laboratori non hanno adottato con la stessa rapidità.
SGPT e ALAT: un’unica enzima, due nomenclature
SGPT significa Serum Glutamic Pyruvic Transaminase. È la vecchia denominazione anglosassone utilizzata per decenni negli esami epatici. ALAT, per alanina aminotransferasi, è il termine adottato dalla nomenclatura internazionale attuale.
Entrambi gli acronimi si riferiscono allo stesso dosaggio, alla stessa tecnica analitica, allo stesso risultato in unità internazionali per litro. Quando si cerca di capire le differenze tra le transaminasi alat e sgpt, si scopre che non ce ne sono semplicemente sul piano biologico.
Al alcuni laboratori mostrano ancora “SGPT” per abitudine o perché il loro software non è stato aggiornato. Altri utilizzano “ALAT/SGPT” in doppio per evitare confusione nel paziente. Un risultato etichettato SGPT si legge esattamente come un risultato ALAT.
ALAT e ASAT: due enzimi epatici da non confondere

La vera distinzione clinica non si trova tra ALAT e SGPT, ma tra ALAT e ASAT (aspartato aminotransferasi, precedentemente SGOT). Questi due enzimi circolano in piccole quantità nel sangue quando tutto va bene. La loro elevazione segnala una sofferenza cellulare, ma non necessariamente nello stesso luogo.
L’ALAT si concentra principalmente nelle cellule del fegato. Quando il tasso aumenta, si sospetta in primo luogo un danno epatico: steatosi, epatite virale, tossicità da farmaci.
L’ASAT, invece, si trova nel fegato ma anche nel cuore, nei muscoli scheletrici e nei globuli rossi. Un’elevazione isolata dell’ASAT può orientare verso una causa muscolare o cardiaca piuttosto che epatica.
Il rapporto tra i due enzimi fornisce indicazioni al medico di base. Un ALAT nettamente superiore all’ASAT orienta verso una causa epatica pura. L’inverso può far sospettare un danno muscolare, un consumo eccessivo di alcol o un’emolisi.
Soglie di riferimento delle transaminasi: i tranelli dell’esame del sangue
Si crede spesso che un risultato “nella norma” del laboratorio sia sufficiente per escludere un problema. È una lettura troppo rapida. Le fasce di riferimento variano da un laboratorio all’altro, e alcune sono più ampie di quanto raccomandano le società scientifiche.
L’American College of Gastroenterology stabilisce limiti superiori più bassi rispetto a molti laboratori cittadini:
- Per le donne, una soglia intorno a 19-25 UI/L è considerata il limite alto pertinente, mentre alcuni laboratori mostrano norme che superano di gran lunga.
- Per gli uomini, il limite raccomandato si colloca tra 29 e 33 UI/L, contro tetti talvolta più elevati nei referti correnti.
- Nei neonati e nei bambini, i valori fisiologici sono naturalmente più elevati e non devono essere confrontati con le norme degli adulti.
Un tasso di ALAT “normale” sulla carta può nascondere una fibrosi iniziale, in particolare nelle persone con diabete di tipo 2 o obesità addominale. Le raccomandazioni europee del 2024 suggeriscono in questi casi una ricerca di fibrosi utilizzando strumenti non invasivi come il punteggio FIB-4, e eventualmente l’elasticografia.
Transaminasi elevate senza malattia epatica: le cause extraepatiche
Prima di concludere a una malattia epatica, il medico deve escludere diverse situazioni che elevano le transaminasi senza che il fegato sia coinvolto. Spesso si sottovalutano questi fattori.
Un esercizio fisico intenso, in particolare il sollevamento pesi, può aumentare temporaneamente l’ALAT e l’ASAT. Le fibre muscolari danneggiate rilasciano queste enzimi nel sangue. Un dosaggio effettuato il giorno dopo una sessione pesante può dare un risultato falsamente preoccupante.
Alcuni farmaci comuni (statine, paracetamolo a dose terapeutica prolungata, antinfiammatori) provocano un’elevazione moderata. L’assunzione di integratori alimentari, in particolare a base di piante epatotossiche, è un tranello frequente che il medico di base deve cercare durante l’interrogatorio.

L’emolisi (distruzione dei globuli rossi durante il prelievo o nell’organismo) altera anche il risultato, soprattutto per l’ASAT. Un tubo mal indirizzato o un prelievo difficile possono essere sufficienti a gonfiare artificialmente il tasso.
Quando il dosaggio delle transaminasi giustifica esami complementari
Un tasso moderatamente elevato (due o tre volte il limite superiore) riscontrato una sola volta non innesca necessariamente un’indagine approfondita. Il medico di solito richiede un controllo a distanza, dopo aver escluso le cause transitorie.
La situazione cambia quando l’elevazione persiste su due dosaggi distanziati di alcune settimane, o quando supera di gran lunga la norma. Si passa quindi a un’esplorazione mirata:
- Sierologie delle epatiti virali B e C per escludere un’infezione cronica.
- Ecografia epatica per cercare una steatosi o un’anomalia strutturale del fegato.
- Punteggio FIB-4 e, se necessario, elasticografia per valutare il grado di fibrosi senza biopsia.
- Bilancio marziale (ferro, ferritina) se si sospetta un’emocromatosi.
Il dosaggio isolato delle transaminasi non è mai sufficiente per formulare una diagnosi. Orienta la ricerca, ma è l’incrocio con l’esame clinico, l’imaging e gli altri marcatori che permette di decidere.
Ricordare che SGPT e ALAT designano la stessa enzima evita già una fonte frequente di preoccupazione inutile nella lettura di un esame. La distinzione che conta clinicamente è quella tra ALAT e ASAT, perché orienta verso organi diversi. E un risultato nella norma del laboratorio non esime da una valutazione complementare se il contesto metabolico lo giustifica.



